Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

Il Documento Digitale

L’AVVOCATO È RESPONSABILE DELLA GESTIONE DELLA PROPRIA PEC

di Francesca Panuccio Dattola

Corte di Cassazione, Sezione I Lavoro, sentenza n. 15070 del 13 marzo 2014 e depositata il 2 luglio 2014″]Una volta ottenuta da parte dell’ufficio giudiziario interessato la prescritta abilitazione, ogni avvocato, dopo la comunicazione del proprio indirizzo di PEC al Ministero della Giustizia attraverso il Consiglio dell’Ordine di appartenenza, diventa responsabile della gestione della propria PEC, nel senso che se non la apre ne risente le conseguenze.


 

La pronuncia della Suprema Corte riprende nella massima su riportata il tema classico della responsabilità dell’avvocato, che oggi amplia i propri confini, per i profili di danno derivanti dalle abilità assunte dalla nuova figura del giurista informatico e dunque dell’avvocato, che ha necessità di munirsi di strumenti tecnologici che richiedono specifiche conoscenze e competenze. Il rapporto fra scienza e diritto, rimane dunque conflittuale e difficilmente risolvibile in termini di prevalenza dell’una rispetto all’altro. Piuttosto mai come oggi la libera professione richiede una preparazione life long learning difficile da conseguire in maniera definitiva, in cui aumenta invece la flessibilità e l’attenzione costante all’aggiornamento e all’applicazione pratica. Infatti è ormai entrato a pieno regime il processo civile telematico (PTC) che ha iniziato ad operare, anche se tra dubbi e perplessità allo stato ancora non del tutto risolti.

è chiaro che anche in ordine al riparto dell’onere probatorio, sarà il cliente, che assume di aver subito un danno, a dover fornire gli elementi di prova in ordine al fondamento dell’azione proposta: la difettosa o inadeguata prestazione professionale, l’esistenza del danno ed il rapporto di causalità tra la difettosa o inadeguata prestazione professionale ed il danno (cfr. Cass. n. 16846/05, Cass. n. 12354/09); di contro il professionista dovrà dimostrare di avere eseguito e utilizzato gli strumenti a propria disposizione con perizia e diligenza, quella che nel caso di specie sembra essere mancata. Di particolare rilievo a tale proposito – come anche la sentenza segnala – è la gestione della PEC personale, divenuta strumento obbligatorio, tanto che va indicata nel primo atto introduttivo del processo e di cui l’avvocato deve munirsi, non appena consegue l’abilitazione. Due i presupposti fondamentali su cui si basa la pronuncia della Suprema Corte dunque: da un lato la conseguita abilitazione dell’avvocato con la comunicazione del proprio indirizzo PEC al Ministero della Giustizia, attraverso il Consiglio dell’Ordine di appartenenza; dall’altro la assunzione a partire da quel momento di responsabilità in capo al legale, sulla gestione della PEC, dell’uso o non uso dello strumento ed anche di qualsiasi forma di anomalia non segnalata ai servizi telematici per l’Avvocatura (ad es. lextel) che dovesse accompagnare la lettura, consegna e accettazione o apertura dei messaggi.

Il conseguimento della abilitazione all’esercizio della professione comporta, ai sensi dell’art. 16 del decreto-legge 185/2008 convertito in legge 2/2009, la necessità di munirsi di PEC, facendone richiesta agli organi abilitati, e l’obbligatorietà dell’uso della stessa. L’avvocato deve comunicare al Consiglio dell’Ordine il proprio indirizzo di posta elettronica certificata (o “analogo” indirizzo di posta elettronica) entro un anno dalla data di entrata in vigore dello stesso decreto-legge 185/2008. L’art. 125 c.p.c. I co. prescrive l’obbligo di indicare negli atti di parte, sin dal primo atto depositato con cui si dà avvio all’attività processuale, l’indirizzo di posta elettronica certificata comunicato al proprio Ordine. Pertanto è onere dell’avvocato la gestione della propria PEC, e dunque la consultazione anche più volte al giorno della casella PEC, o il munirsi di un sistema di rinvio e-mail che consenta la lettura in tempo reale della comunicazione e/o notifica da parte della cancelleria.
Il codice deontologico, infine, secondo la recente modifica intervenuta il 31/01/2014 (in attuazione della L. 247/2012) richiama il dovere di competenza professionale per cui l’avvocato non deve accettare incarichi che sappia di non poter svolgere con adeguata competenza. Cui si aggiunge la presunzione di competenza a svolgere quell’incarico professionale se accettato. E’ evidente che da tale presunzione ne derivano le conseguenti responsabilità.

Il procuratore aveva richiesto ed ottenuto la attribuzione della casella PEC, correttamente indicata nell’atto, prima del deposito dello stesso in cancelleria, legittimando così gli uffici a procedere alle comunicazioni via posta elettronica certificata, ai sensi dell’art. 136 II co. cpc., (come sostituito dall’art. 25 della L. 183/2011). Tale norma abilita i cancellieri ad effettuare le comunicazioni alle parti che sono prescritte dalla legge e a dare notizia di quei provvedimenti per i quali è disposta dalla legge una forma abbreviata di comunicazione trasmettendo le comunicazioni stesse a mezzo PEC, nel rispetto della normativa anche regolamentare concernente la sottoscrizione, trasmissione e ricezione dei documenti informatici. Le modalità attuative di tale disposizione si rinvengono nel Decreto del Ministero della Giustizia 21/02/2011, n. 44, titolato “Regolamento concernente le regole tecniche per l’adozione nel processo civile e penale, delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione”, in attuazione dei principi previsti dal Decreto legislativo 82/2005, e successive modifiche (vigente dal maggio 2011 e oggi modificato dal D. Min. Giustizia 209/2012).

 

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