Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

Il Documento Digitale

LA SENTENZA REDATTA IN FORMATO ELETTRONICO CON FIRMA DIGITALE NON È AFFETTA DA NULLITÀ

di Elena Bassoli

Corte di Cassazione, Sezione III Civile, sentenza n. 22871 del 12 febbraio 2015 e depositata il 10 novembre 2015
La sentenza redatta in formato elettronico dal giudice e da questi sottoscritta con firma digitale, ai sensi dell’art. 15 del d.m. 21 febbraio 2011, n. 44, non è affetta da nullità per difetto di sottoscrizione, attesa l’applicabilità al processo civile del cd. “Codice dell’amministrazione digitale”.

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1.     L’antefatto
La fattispecie esaminata dalla sentenza ora in commento nasce dalla contestazione in sede di gravame, circa l’inesistenza giuridica della sentenza recante soltanto firma digitale, e non sottoscrizione del giudice, ai sensi dell’art. 132, comma secondo, n. 5 c.p.c.
Secondo il ricorrente la normativa che ha introdotto nell’ordinamento la firma digitale non sarebbe applicabile alle sentenze, in quanto presupporrebbe uno scambio telematico di atti (che, per le sentenze, non è previsto); per di più, trattandosi di sentenza emessa ai sensi dell’art.281-sexies c.p.c., non vi sarebbero nemmeno la certificazione ed il deposito in cancelleria.

 

2.     Gli elementi di validità della sentenza
L’art. 132, comma secondo, n. 5 c.p.c. prescrive che la sentenza debba contenere “la sottoscrizione del giudice” e l’art. 161, comma secondo, c.p.c. stabilisce che la regola di cui al primo comma (per la quale la nullità delle sentenze appellabili e ricorribili per cassazione può essere fatta valere soltanto nei limiti di queste impugnazioni) invece “non si applica quando la sentenza manca della sottoscrizione del giudice”. È agevole evincere dall’analisi giurisprudenziale concernente la natura del vizio da cui è afflitta la sentenza carente di sottoscrizione, che lo scopo dell’art. 132, c. 2, n. 5 c.p.c. è stato ritenuto raggiunto anche in caso di sottoscrizione, in sé, non riconoscibile, né leggibile, e nemmeno completa, purché composta di segni che consentano di collegarla con chi risulti autore della sentenza da altri elementi contenuti nello stesso provvedimento. Nel sistema del codice, la sottoscrizione è intesa come segno grafico materialmente proveniente dal giudice, che deve essere apposta di pugno dal soggetto che si appropria, per il tramite di essa, della paternità del provvedimento e perciò è legata alla sua persona, quindi necessariamente autografa.
Poste tali premesse occorre allora verificare, per un verso, se la firma digitale consenta di individuare con certezza l’autore del provvedimento e, per altro verso, se, pur non essendo autografa, sia idonea a perfezionare l’atto processuale, cioè a determinare l’esistenza della sentenza come provvedimento del giudice.

 

3.     La firma digitale su sentenza
La firma digitale è definita dall’art. 1 lett. s) C.A.D. come «un particolare tipo di firma elettronica avanzata basata su un certificato qualificato e su un sistema di chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, correlate tra loro, che consente al titolare tramite la chiave privata e al destinatario tramite la chiave pubblica, rispettivamente, di rendere manifesta e di verificare la provenienza e l’integrità di un documento informatico o di un insieme di documenti informatici». Per tali sue caratteristiche, la firma digitale, per un verso, manca di autografia, per altro verso, non è nemmeno riproducibile su un supporto analogico. Essa non è costituita, a differenza della firma autografa, da un segno grafico vergato sul documento di pugno dell’autore, ma da una serie di informazioni digitali unite al documento, ed è apposta dal giudice mediante l’inserimento della sua personale “smart-card” e digitazione del “pin”.

L’apposizione della firma digitale ad opera del giudice è desumibile grazie alla coccarda ed alla stringa grafica che compaiono su ciascuna delle pagine del file di copia della sentenza (il cui originale è archiviato all’interno del sistema).
Dalle specifiche tecniche di cui sopra si desume, inoltre, che l’atto del processo redatto in formato elettronico dal magistrato può essere depositato telematicamente nel fascicolo informatico in quanto previamente «sottoscritto con firma digitale». In caso di mancanza di firma digitale, il sistema informatico impedisce il deposito telematico del documento e comunque non potrebbe generare la copia recante i segni grafici attestanti la presenza di una firma digitale (coccarda e stringa). La sentenza è stata redatta con gli strumenti di cui all’art. 16 del Provvedimento 18 luglio 2011, attualmente, sostituito dal Provvedimento 16 aprile 2014.L’art. 4 del decreto legge n. 193 del 2009, convertito nella legge n. 24 del 2010, intitolato “Misure urgenti per la digitalizzazione della giustizia” ha esteso al processo civile i principi previsti dal “Codice dell’amministrazione digitale”, che costituisce il corpus di riferimento qualora gli atti processuali di cui agli artt. 121 e seg. c.p.c., ed in specie i provvedimenti del giudice, siano contenuti in documenti informatici. Quest’ultima eventualità è consentita, appunto, dal testo del menzionato art. 4 laddove presuppone “l’adozione nel processo civile […] delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, in attuazione del principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005 n. 82, e successive modificazioni”. Quindi i principi generali del C.A.D. sono applicabili anche in ambito processuale e le relative disposizioni costituiscono le norme con valore di legge ordinaria che, per il tramite dell’art. 4 del d.l. n. 193 del 29 dicembre 2009, convertito nella legge n. 24 del 22 febbraio 2010, disciplinano gli atti del processo civile redatti in forma di documento informatico (cfr. art. 1 lett. p e art. 20 C.A.D. ) e sottoscritti con firma digitale (cfr. art. 1 lett. p e art. 20 C.A.D).
Le disposizioni del Regolamento di cui al D.M. n. 44 del 2011, emanato in attuazione dei principi previsti dal C.A.D., ed in particolare gli artt. 11 e 15, coordinati con le norme tecniche del Provvedimento 18 luglio 2011 (oggi Provvedimento 16 aprile 2014), rendono possibile che il magistrato rediga la sentenza in formato elettronico e la sottoscriva con firma digitale. In particolare, ai sensi del primo comma dell’art. 15, nella formulazione risultante dalla sostituzione operata dall’art. 2, comma l, lett. a), del D.M. 15 ottobre 2012 n. 209, “l’atto del processo, redatto in formato elettronico da un soggetto abilitato interno e sottoscritto con firma digitale, è depositato telematicamente nel fascicolo informatico”.

 

4.     L’attestazione di conformità
A quanto fin qui detto si aggiunga che la conformità della copia analogica all’originale informatico, da cui è tratta, è attestata dal cancelliere, ai sensi dell’art. 23, c. 1, C.A.D., in tutte le sue componenti e l’attestazione del cancelliere completa la rappresentazione “esterna” dell’apposizione della firma digitale, garantendo che il documento informatico ne sia munito in originale. Pertanto, a meno che non si contesti siffatta attestazione, non rileva che gli operatori “soggetti abilitati esterni privati” non abbiano la possibilità di accedere all’originale digitale per poterne riscontrare direttamente l’integrità e la corrispondenza alla copia.
La firma digitale, in sé considerata, garantisce l’identificabilità del suo autore, quando il documento sia formato nel rispetto delle regole tecniche in materia di firma elettronica avanzata (cfr. art. 21, comma secondo, C.A.D., che rinvia all’art. 20, c. 3, C.A.D.).
Ed invero col D.P.C.M. 30 marzo 2009 pubblicato sulla G.U. 6 giugno 2009 n. 129 sono state dettate le «Regole tecniche in materia di generazione, apposizione e verifica delle firme digitali e validazione temporale dei documenti informatici», ai sensi del già citato art. 20, c. 3, C.A.D. In base a tali regole, come in vigore già alla data della sentenza impugnata, la procedura di rilascio del dispositivo di firma presuppone l’identificazione certa del titolare ed il dispositivo stesso è fatto in modo che la chiave privata non possa essere estratta e che il suo sblocco avvenga all’interno del dispositivo, proprio per garantire che il file della chiave privata non sia utilizzabile se non col dispositivo stesso. Ne segue che la firma digitale, quando si trova in calce alla sentenza, soddisfa lo scopo per il quale ne è prescritta la sottoscrizione, vale a dire quello della riconducibilità del provvedimento al giudice che risulta averlo emesso e che è l’unico titolare della firma digitale.

Con gli artt. 11 e 15 del D.M. n. 44 del 2011 si sono previsti rispettivamente il formato dell’atto del processo in forma di documento informatico ed il suo deposito, quando redatto in formato elettronico dal giudice. Le norme secondarie sono attuazione di quanto disposto dall’art. 4 del d.l. n. 193 del 2009 convertito nella legge n. 24 del 2010. Questo, a sua volta, richiama, estendendoli al processo civile, i principi previsti dal “Codice dell’amministrazione digitale” di cui al D. Lgs. 7 marzo 2005, n. 82, entrato in vigore il primo gennaio 2006, successivamente modificato dal D. Lgs.4 aprile 2006, n. 159, dal D. Lgs. 30 dicembre 2010, n. 235 nonché dal D.L. 18 ottobre 2012, n. 179 convertito, con modificazioni, dalla L. 17 dicembre 2012, n. 221. Quest’ultima legge contiene una sezione VI intitolata «giustizia digitale», su cui il legislatore è ulteriormente intervenuto con la legge 24 dicembre 2012 n. 228, in modo da regolare le comunicazioni e le notificazioni ed il deposito degli atti processuali per via telematica.
Le linee guida dell’intero corpo normativo così sinteticamente richiamato risultano ispirate ad una piena equiparazione tra documento informatico e documento cartaceo, nonché tra sottoscrizione autografa e firma digitale.

 

5.     Mancanza di attestazione
Per quanto concerne l’ultimo motivo di censura proposto dall’appellante, vale a dire la mancanza dell’attestazione di deposito della sentenza in cancelleria, occorre considerare che la sentenza impugnata risulta allegata al verbale di udienza, e d’altro canto, la sentenza pronunciata al sensi dell’art. 281-sexies c.p.c., integralmente letta in udienza e sottoscritta dal giudice con la sottoscrizione del verbale che la contiene, deve ritenersi pubblicata e non può essere dichiarata nulla nel caso in cui il cancelliere non abbia dato atto del deposito in cancelleria e non vi abbia apposto la data e la firma immediatamente dopo l’udienza.
Invero, la previsione normativa dell’immediato deposito in cancelleria del provvedimento è finalizzata a consentire, da un lato, al cancelliere il suo inserimento nell’elenco cronologico delle sentenze, con l’attribuzione del relativo numero identificativo, e, dall’altro, alle parti di chiederne il rilascio di copia (eventualmente, in forma esecutiva)» (così Cass.n. 11176/15).
Il principio non subisce deroghe dalle previsioni che regolano il processo civile telematico e pertanto tale motivo di gravame viene dal giudicante rigettato in toto. ©

 


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