Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

Il Documento Digitale

IL DIRITTO ALL’OBLIO NEL TESTO DEL REGOLAMENTO SULLA DATA PROTECTION

di Gloria Ricci

Dalla sentenza del 3 dicembre del 2015, mediante la quale i giudici capitolini hanno nuovamente ribadito i noti principi stabiliti nella materia dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso “Google Spain”, all’orientamento giurisprudenziale europeo e nazionale, coadiuvato dall’intervento del l’Article 29 Data Protection Working Party, fino al nuovo Regolamento europeo sulla Data Protection ormai giunto al termine del procedimento di approvazione.


 

Con “right to be forgotten” deve intendersi il diritto di un soggetto a non vedere pubblicate alcune notizie relative a vicende che lo riguardano, già legittimamente diffuse, rispetto all’accadimento delle quali è trascorso un notevole lasso di tempo. Tale istituto, di matrice prettamente giurisprudenziale, è configurabile quale peculiare espressione del diritto alla riservatezza e del legittimo interesse di ciascuno a non rimanere indeterminatamente esposto ad una rappresentazione non più attuale della propria persona, derivante dalla reiterata divulgazione di una notizia ovvero dal permanere della sua indicizzazione sui motori di ricerca, con pregiudizio alla propria reputazione nonché alla propria riservatezza. Questi i motivi recentemente espressi dal Tribunale di Roma nella sentenza del 3 dicembre 2015, nella quale i giudici capitolini hanno nuovamente ribadito i noti principi stabiliti nella materia dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea nel caso “Google Spain”.

La sentenza del Tribunale di Roma segue una lunga serie di precedenti giurisprudenziali, che negli anni hanno contribuito a determinare un orientamento ben preciso della materia, a partire dalle ordinanze del 1996 nelle quali si definirono, seppur con qualche incertezza, alcuni aspetti fondamentali del diritto all’oblio, tra i quali il fattore determinante dello scorrere del tempo. Il diritto all’oblio non sarebbe dunque volto ad impedire la divulgazione di fatti e notizie, ma ad impedire che questi fatti vengano rievocati nonostante il tempo trascorso.

Sarà la sentenza n. 5525/2012 della Suprema Corte a determinare l’esatta portata di tale diritto. La suddetta pronuncia ha specificato che l’interessato, alla luce di quanto previsto dall’art. 11 del Codice per la protezione dei dati personali, ha diritto a che il trattamento dei dati che lo riguardano avvenga nel rispetto dei principi di proporzionalità, pertinenza e non eccedenza, come sanciti dal Codice in materia di protezione dei dati personali. All’interessato viene, dunque, attribuito “il diritto di conoscere in ogni momento chi possiede i suoi dati personali e come li adopera, nonché di opporsi al trattamento dei medesimi, ancorché pertinenti allo scopo della raccolta, ovvero di ingerirsi al riguardo, chiedendone la cancellazione, la trasformazione, il blocco, ovvero la rettificazione, l’aggiornamento, l’integrazione”. Sempre secondo la Corte “se l’interesse pubblico sotteso al diritto all’informazione (art. 21 Cost.) costituisce un limite al diritto fondamentale alla riservatezza, al soggetto cui i dati appartengono è correlativamente attribuito il diritto all’oblio e cioè a che non vengano ulteriormente divulgate notizie che per il trascorrere del tempo risultano ormai dimenticate o ignote alla generalità dei consociati”. Questi principi vanno applicati anche qualora la notizia sia memorizzata nella rete internet, con evidenti implicazioni tecnico-organizzative per quei soggetti che materialmente quelle informazioni trattano.

La vicenda recentemente esaminata dal Tribunale di Roma ha riguardato la presenza di links sul motore di ricerca Google riportanti il nome del ricorrente, con riferimento a notizie di cronaca circa una vicenda giudiziaria in cui il medesimo sarebbe rimasto coinvolto nel 2012/2013 unitamente ad altri personaggi romani, alcuni esponenti del clero ed altri ricondotti alla criminalità della cd. banda della Magliana, relativamente a presunte truffe e guadagni illeciti realizzati dal sodalizio criminoso.

 

…continua su EDICOLeA 

 


Altri articoli di Gloria Ricci

bring_own_device BYOD: IMPATTI SU PRIVACY E MONDO DEL LAVORO ALLA LUCE DELLA NORMATIVA NAZIONALE ED EUROPEA
di Gloria Ricci (N. II_MMXVI)
Recenti statistiche hanno evidenziato un esponenziale aumento del fenomeno BYOD, “Bring your own device”, che presuppone l’utilizzo di computer, tablet e smartphone personali da parte di dipendenti e collaboratori per fini lavorativi, apportando numerosi vantaggi in termini di flessibilità e produttività. Allo stesso tempo implica anche una maggiore complessità di gestione dei processi e della sicurezza delle informazioni da parte delle aziende.
Translate »