Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

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IL DIRITTO ALL’OBLIO E LA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA DELL’UE DEL 13 MAGGIO 2014

di Sandro Di Minco

[five_sixth][toggle Title=”CAUSA C-131/12 Google spain”]Anche il motore di ricerca di Google deve rispettare la normativa europea sulla Privacy.[/toggle][/five_sixth]

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1. L’esigenza di tutelare la privacy in Internet
Sempre più frequentemente si assiste alla richiesta di privati cittadini di ottenere che i dati personali che li riguardano e che risultano reperibili in Internet siano cancellati o anche soltanto resi non più raggiungibili (de-indicizzati) da parte dei motori di ricerca. A fondamento giuridico di questa crescente pretesa di controllo da parte dell’«interessato», sull’uso che viene fatto in rete dei “propri” dati personali, sempre più spesso viene invocato il cosiddetto diritto all’oblio. Attualmente non risulta alcuna norma giuridica che contempli espressamente il diritto all’oblio, né nell’ordinamento dell’U.E, né in quello dei singoli Stati membri. Tuttavia la Giurisprudenza e la prassi applicativa delle Autorità Nazionali per la Protezione dei dati ne hanno riconosciuto progressivamente l’esigibilità, nel quadro del diritto fondamentale alla protezione dei dati personali; altrettanto è recentemente avvenuto da parte della stessa Corte di Giustizia dell’U.E., nella Sentenza Google Spain del 13 Maggio 2014(1). Si rammenta poi che il Regolamento Europeo(2) relativo alla protezione dei dati personali, in fase di approvazione, prevede espressamente il diritto all’oblio.

2. Elementi per un quadro europeo sul diritto all’oblio
Come detto, negli ultimi anni in Europa si è formata una giurisprudenza tendenzialmente favorevole al riconoscimento del suddetto diritto, che ha però assunto connotazioni e caratteristiche differenti nei diversi sistemi nazionali. Dall’esame dei vari Provvedimenti giudiziari ed amministrativi inerenti il diritto all’oblio, si può individuare un primo possibile comune denominatore, nell’attenzione che le Autorità procedenti hanno manifestato per la ricerca di un equilibrio con la libertà di espressione e d’informazione (di cui all’art. 11 della Carta Diritti Fondamentali dell’UE – Libertà di espressione e d’informazione) cui si tende ad assegnare una prevalenza nella maggioranza delle decisioni assunte. In assenza di una previsione espressa, nei casi in cui la descritta pretesa del singolo ha ricevuto accoglienza dal relativo ordinamento giudiziario o amministrativo nazionale di riferimento, il fondamento giuridico sul quale in genere si sono basate le decisioni è stato per lo più quello del diritto di opposizione o anche del diritto di cancellazione e di rettifica previsti rispettivamente dagli articoli 14 e 12 della Direttiva 95/46/CE(3), la cosiddetta Direttiva madre in materia di protezione dei dati.
Con riferimento alla pretesa di ottenere una de-indicizzazione, in base ad una richiesta presentata direttamente ai motori di ricerca da parte degli interessati, nei casi in cui sono state adottate decisioni di rigetto, esse si sono perlopiù basate su uno (o più d’uno) dei seguenti argomenti di fondo:

  1. il richiamo a principi di valenza costituzionale (ad esempio accordando prevalenza alla libertà di espressione e di informazione);
  2. la protezione di interessi economici (effettuando un bilanciamento tra interessi economici diversi e valutando prevalenti quelli dei motori di ricerca e dei servizi online);
  3. la natura dell’attività dei motori di ricerca (qualificandola come tecnologicamente neutra e dunque estranea al campo di applicazione della normativa sulla privacy);
  4. il difetto di competenza territoriale (ritenendo inapplicabile la normativa europea in materia ad un operatore il cui «stabilimento» è stato giudicato “extraeuropeo”).

Ancora molto sinteticamente e senza alcuna pretesa di completezza, possiamo accennare al fatto che, ad esempio, le Autorità giurisdizionali e/o amministrative di Germania e Regno Unito, analogamente a quelle statunitensi, ritengono tendenzialmente prevalente l’interesse generale alla conoscenza delle informazioni, opposto al diritto all’oblio; mentre per quanto riguarda quelle di Svezia, Repubblica Ceca e Grecia esse non negano la configurabilità del diritto, ma tendono ad escludere la sua esigibilità diretta nei confronti dei motori di ricerca; mentre la ritengono invece ammissibile, a determinate condizioni, quando essa sia diretta verso il sito di origine delle informazioni di cui si tratta. In Spagna e in Francia (ma anche in Svizzera), si è tentato invece di percorrere strade interpretative che ammettono la competenza nazionale per un’azione diretta nei confronti degli operatori di motori di ricerca, ed infatti la vicenda che ha portato alla recente Sentenza della Corte di Giustizia, ha avuto origine proprio in Spagna.

3. Il diritto all’oblio in Italia. Cenni
La posizione della Giurisprudenza e del Garante italiano è andata evolvendosi nel corso degli anni con una certa coerenza ed in linea di massima essa non si è mai spinta sino a chiamare in causa la responsabilità diretta degli operatori di motori di ricerca extraeuropei, limitandosi invece a ritenere configurabile una responsabilità degli editori dei siti web ove vengano pubblicati i dati personali di terzi. Anche la Suprema Corte di Cassazione si è pronunciata sul diritto all’oblio, riconoscendone l’esistenza, e lo ha configurato non solo (e non tanto) come il diritto dell’interessato di opporsi alla pubblicazione di un dato personale che lo riguardi o di ottenerne il blocco o la cancellazione, ma soprattutto come il diritto alla contestualizzazione e alla rappresentazione integrale dell’identità della persona. Ha infatti affermato la Corte che “deve riconoscersi al soggetto cui appartengono i dati personali oggetto di trattamento, il diritto all’oblio, vale a dire al relativo controllo a tutela della propria immagine sociale, che anche quando trattasi di notizia vera, e a maggior ragione se di cronaca, può tradursi nella pretesa alla contestualizzazione e all’aggiornamento dei medesimi e, se del caso, avuto riguardo alla finalità della conservazione nell’archivio e all’interesse che la sottende, financo alla relativa cancellazione”.(4)

Il diritto all’oblio in questo caso viene dunque ad essere configurato non solo e non tanto come il diritto che consente al singolo di ottenere la cancellazione di un pezzo di memoria storica allo scopo di tutelare un proprio diritto fondamentale, quanto piuttosto come diritto all’integrità di tale memoria – che va dunque preservata, resa accessibile e disponibile, a garanzia di altri diritti fondamentali quali quello di espressione e di libera manifestazione del pensiero nonché di accesso alle informazioni da parte del pubblico – ma senza che ne risulti radicalmente compresso e travolto il diritto fondamentale del singolo alla completezza e correttezza delle informazioni che lo riguardano e che contribuiscono a determinarne l’immagine sociale. Per questo la Corte ha indicato la necessità di adottare degli accorgimenti (non individuati in concreto nella sentenza) mediante i quali sia data contezza dell’esistenza di sviluppi delle notizie relative alla persona interessata.

Dopo tale Sentenza anche il Garante è tornato sulla questione, in occasione di successivi ricorsi inerenti la reperibilità di dati personali negli archivi storici online dei quotidiani italiani. In un Provvedimento adottato nel 2013, accogliendo il ricorso dell’interessato il Garante ha ordinato “al Gruppo Editoriale […] di predisporre, nell’ambito dell’archivio storico on line del quotidiano […], un sistema idoneo a segnalare (ad esempio, a margine dei singoli articoli o in nota agli stessi) l’esistenza degli sviluppi delle notizie relative al ricorrente … o mediante altra formulazione idonea”. Successivamente il Garante si è espresso ancora sull’argomento in un ulteriore ricorso, riguardante un caso analogo, nel quale il ricorrente lamentava che la semplice annotazione con la quale il giornale segnalava la presenza di sviluppi e integrazioni della notizia originaria non tutelasse adeguatamente il proprio diritto fondamentale, poiché le integrazioni delle notizie non risultavano visibili sin dall’anteprima e dall’abstract, che apparivano quale risultato immediato di una ricerca effettuata mediante un motore di ricerca.

Il Garante Privacy ha ritenuto meritevole di tutela la richiesta dell’interessato ed ha ordinato all’editore di “predisporre, nell’ambito dell’archivio storico on line del quotidiano … un sistema di aggiornamento/integrazione degli articoli oggetto del presente ricorso idoneo a fornire ai lettori utenti della banca dati l’immediata visibilità degli sviluppi delle notizie in essi riportati (ad esempio mediante inserimento di una nota accanto o sotto al titolo) e in modo tale che gli sviluppi medesimi emergano già nell’anteprima dell’articolo (abstract) presente tra i risultati del motore di ricerca dell’archivio storico”.

4. La vicenda che ha originato il pronunciamento della Corte di Giustizia
Un cittadino spagnolo, il sig. C.G., nel marzo 2010, avendo verificato che inserendo il proprio nome nel motore di ricerca di Google si ottenevano dei link verso due pagine del quotidiano nazionale La Vanguardia, che riportavano la notizia di una vicenda giudiziaria che lo aveva riguardato e che si era definita oltre 10 anni prima, ha presentato un reclamo dinanzi all’AEPD (Agenzia Spagnola per la Protezione dei Dati) contro il quotidiano, nonché contro Google Spain e Google Inc. Con il reclamo ha chiesto che, al quotidiano, fosse ordinato di sopprimere o modificare le pagine suddette in modo che non vi fossero più i propri dati personali e che, ai secondi, fosse ordinato di eliminare o di occultare i dati stessi, in modo che non comparissero più tra i risultati di ricerca.

L’AEPD ha respinto il reclamo nella parte in cui era diretto contro il quotidiano, in quanto ha ritenuto la pubblicazione assolutamente legittima; mentre lo ha invece accolto nella parte in cui era diretto contro Google Spain e Google Inc. I due operatori del web hanno impugnato la decisione dell’AEPD in sede giudiziaria dinanzi all’Audiencia Nacional, che a propria volta ha sospeso il procedimento per sottoporre alla Corte di Giustizia dell’U.E., mediante rinvio pregiudiziale, alcune rilevanti questioni interpretative riguardanti, nella sostanza, l’applicabilità all’attività dei motori di ricerca della normativa europea in materia di protezione dei dati (Direttiva 95/46/CE).

5. La sentenza della Corte di Giustizia dell’U.E.
Su tali questioni la posizione di Google Spain e Google Inc. è stata nettamente diversa da quella manifestata dal “Garante” spagnolo. Infatti entrambi hanno sostenuto che l’attività dei motori di ricerca non sia un «trattamento di dati personali» (con la motivazione che i motori di ricerca trattano le informazioni accessibili su Internet nel loro insieme senza operare una selezione tra i dati personali e le altre informazioni) e che, anche laddove lo fosse, il gestore di un motore di ricerca non potrebbe essere considerato come «responsabile» di tale trattamento, dal momento che egli non ha conoscenza dei dati in questione e non esercita alcun controllo su di essi.
La Corte di Giustizia, dopo aver richiamato anche altre proprie precedenti sentenze(5), ha invece stabilito che “l’attività di un motore di ricerca, consistente nel trovare informazioni pubblicate o inserite da terzi su Internet, nell’indicizzarle in modo automatico, nel memorizzarle temporaneamente e, infine, nel metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza, deve essere qualificata come «trattamento di dati personali» […] qualora tali informazioni contengano dati personali; inoltre e conseguentemente ha anche statuito che il gestore di detto motore di ricerca deve essere considerato come il «responsabile» del trattamento” summenzionato ai sensi della Direttiva 95/46/CE.

La Corte ha poi ritenuto che la stessa normativa europea si applichi anche ai gestori che abbiano la loro sede fuori dall’Europa nell’ipotesi in cui, come nel caso di Google, il gestore stesso “apra in uno Stato membro una succursale o una filiale destinata alla promozione e alla vendita degli spazi pubblicitari proposti da tale motore di ricerca e l’attività della quale si dirige agli abitanti di detto Stato membro”. In sostanza la Corte di Giustizia ha affermato in maniera molto netta che la normativa europea sulla privacy si applica anche all’attività dei motori di ricerca e che anche Google è sottoposto alla “giurisdizione” europea.
Un passaggio di assoluto rilievo della decisione in oggetto è indubbiamente quello nel quale la Corte ha evidenziato che “il trattamento di dati personali effettuato nell’ambito dell’attività di un motore di ricerca si distingue da, e si aggiunge a, quello effettuato dagli editori di siti web, consistente nel far apparire tali dati su una pagina Internet”.
Proprio a partire da tale assunto si evince che, secondo l’autorevole e decisiva interpretazione della Corte, il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali, nel quadro dell’ordinamento eurounitario vigente, implica il cosiddetto diritto all’oblio consistente nel riconoscimento, in capo all’interessato, del diritto di controllare l’uso che viene fatto in Internet dei dati personali che lo riguardano e gli conferisce la facoltà di esercitare tale diritto, a seconda delle situazioni concrete, tanto nei confronti del responsabile del sito web in cui è stata pubblicata l’informazione personale, quanto nei confronti del gestore del motore di ricerca che fornisca il link alla medesima informazione.

La Corte ha poi tratto delle conseguenze molto rilevanti da tali premesse, pervenendo a stabilire che nei casi in cui la Direttiva 95/46/CE prevede i diritti di cancellazione e blocco dei dati, (art. 12, lettera b), e il diritto di opposizione al loro trattamento (art 14, Co.1, lettera a) l’interessato possa, in base ad essi, esercitare il cosiddetto diritto all’oblio rivolgendosi direttamente ai motori di ricerca per impedire l’indicizzazione delle informazioni riguardanti la sua persona e dunque anche per chiedere e ottenere di “sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a questa persona.”
Inoltre tale diritto, come già accennato, sussisterebbe “anche nel caso in cui tale nome o tali informazioni non vengano previamente o simultaneamente cancellati dalle pagine web di cui trattasi, e ciò eventualmente anche quando la loro pubblicazione su tali pagine web sia di per sé lecita”.

Non si può quindi escludere che l’interessato possa esercitare il cosiddetto diritto all’oblio, solo nei confronti del gestore del motore di ricerca, e non verso l’editore della pagina web indicizzata.
Ma quali sono dunque i presupposti perché, ai sensi dei citati articoli 12 e 14 della Direttiva, si possa esercitare il diritto all’oblio direttamente nei confronti di un motore di ricerca? Bisogna dimostrare un pregiudizio derivante della “rintracciabilità” della notizia, per via dell’attività del motore di ricerca?
Secondo la Corte ciò non è necessario perché “nel valutare i presupposti di applicazione di tali disposizioni, si deve verificare in particolare se l’interessato abbia diritto a che l’informazione in questione riguardante la sua persona non venga più … collegata al suo nome da un elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal suo nome, senza per questo che la constatazione di un diritto siffatto presupponga che l’inclusione dell’informazione in questione in tale elenco arrechi un pregiudizio a detto interessato”.

Sempre secondo la Corte è pressoché pacifico che i distinti diritti fondamentali alla Riservatezza e alla Protezione dei dati personali, di cui agli articoli 7 e 8 della Carta dei Diritti fondamentali dell’UE, siano da considerarsi prevalenti, in linea di principio, non soltanto sull’interesse economico del gestore del motore di ricerca, ma anche sull’interesse degli utenti di Internet di accedere all’informazione di cui l’interessato chieda l’oblio ed a cui si perverrebbe mediante una ricerca a partire dal nome della persona interessata. Questa valutazione di massima non sarebbe però valida in assoluto, infatti tale prevalenza non sussisterebbe laddove “risultasse, per ragioni particolari, come il ruolo ricoperto da tale persona nella vita pubblica, che l’ingerenza nei suoi diritti fondamentali è giustificata dall’interesse preponderante del pubblico suddetto ad avere accesso .. all’informazione di cui trattasi”.

6. Un diritto in evoluzione
Dal quadro sommariamente delineato si evince una evoluzione in atto, con una sua coerenza ma non priva di qualche elemento problematico. Da un lato la cronaca (Datagate e dintorni) ci rivela frequentemente la fragilità e vulnerabilità della nostra privacy, dall’altro il diritto fondamentale alla protezione dei dati personali ottiene un progressivo e crescente riconoscimento sul piano giuridico formale (sia da parte del legislatore che della giurisprudenza, europei e nazionali)(6).
Indubbiamente l’evoluzione tecnologica incide profondamente sul processo dinamico in atto, i cui esiti futuri sono solo in parte prevedibili; lo stesso diritto all’oblio tende poi ad assumere un profilo multiforme: ora diritto alla cancellazione e all’”oscuramento”, ora diritto alla completezza dell’informazione e ad una memoria storica aggiornata e trasparente, a seconda delle situazioni concrete e dell’eventuale coinvolgimento di altri diritti fondamentali.

La Sentenza in commento rappresenta una tappa storica in questo percorso e oltre a fornire alcune risposte apre anche altri interrogativi sui quali ci si riservano futuri interventi, innanzitutto in tema di bilanciamento tra diritto all’oblio e altri diritti fondamentali. A tale proposito è esemplificativa la dichiarazione del Presidente dell’Autorità italiana, quando afferma che non deve essere mai preclusa la possibilità di coniugare i diritti fondamentali delle singole persone con la libertà di informazione e l’interesse collettivo a conoscere dei fatti di rilevanza pubblica.(7)
Anche se non sempre facile da realizzarsi. ©

NOTE

  1. Sentenza CGUE C-131/12, Google Spain, del 13 Maggio 2014.
  2. Si rinvia a M. Iaselli, Principi generali del prossimo Regolamento Europeo in materia di Protezione dei dati personali, in questa stessa rivista, n.I MMXIV
  3.  Direttiva 95/46/CE, GU L 281 del 23.11.1995, p. 31
  4.  Cass. sent. n. 5525/12 del 5 aprile 2012
  5. In paricolare le considerazioni espresse, rispettivamente, nelle sentenze Lindqvist, C-101/01 (punto 25) e Satakunnan Markkinapörssi e Satamedia, C-73/07 (punti 48 e 49)
  6. Sulla valenza del diritto alla protezione dei dati nel diritto dell’U.E. si consenta di rinviare a S. Di Minco, Commento all’art. 16 del TFUE, in Curti Gialdino C. (diretto da), CODICE OPERATIVO TUE/TFUE, Ediz. Giuridiche Simone, Napoli, Marzo 2012
  7. Google, modulo per diritto all’oblio: dichiarazione di A. Soro, Roma, 30 maggio 2014. ◊

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