Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

Il Documento Digitale

EMERGENZA DIGITALE E CORRELAZIONE TRA DIGITALIZZAZIONE E CORRUZIONE

di Luca Attias, Michele Melchionda e Maria Grazia Migliorini

Oggi quasi nessun cittadino italiano percepisce la digitalizzazione del Paese come una vera priorità per i vertici istituzionali, presenti e passati. La condizione di immobilismo in cui, da troppi anni, è venuta a trovarsi la digitalizzazione della PA italiana fa tornare alla mente il deadlock informatico, in cui due o più processi o azioni si bloccano a vicenda, perché corruzione, inefficienza, e cultura della raccomandazione possono essere combattute anche e soprattutto con l’informatica, ma la stessa digitalizzazione è ostacolata proprio dalla corruzione, dall’inefficienza e dalla cultura della raccomandazione.

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1.     Emergenza digitale
È fin troppo evidente: in Italia viviamo in un contesto di emergenze continue, soffocanti e persistenti. Ne abbiamo collezionate tante da poterne fare una vera e propria catalogazione: emergenza occupazione, emergenza emigrazione, immigrazione, ne abbiamo una sul terrorismo, un’altra sulla criminalità organizzata, e poi ancora: emergenza corruzione, evasione fiscale, giustizia, istruzione, sanità, previdenza sociale. E chissà quante altre. Sebbene siamo tutti consapevoli delle innumerevoli emergenze che attanagliano la nostra vita, purtroppo, quasi nessuno invece lo è sul fatto che dovremmo considerare come tale anche un altro tema, trasversale a tutti gli altri problemi: la digitalizzazione. Siamo difatti dell’opinione che, se non poniamo la questione digitale nell’elenco delle “cose da fare con urgenza”, e se non la affrontiamo in modo serio e strutturale, nessuno dei problemi sopra elencati potrà essere risolto, neanche in minima parte. Conseguentemente le nostre emergenze saranno destinate a rimanere tali, ovvero ad ingigantirsi irrimediabilmente.

Che la criminalità organizzata, la corruzione, l’evasione fiscale e il terrorismo si debbano combattere soprattutto grazie all’ausilio di mezzi informatici (intercettazioni, sistemi conoscitivi, big data e hacking), dovrebbe ormai essere un’ovvietà. Che la scuola e la sanità, in assenza di un forte sostegno digitale, subiranno un profondo degrado prestazionale in termini di efficacia ed efficienza, dovrebbe essere un’ulteriore ovvietà. Purtroppo, è un dato di fatto, i cittadini italiani in tutto ciò non leggono alcunché di ovvio.
Nonostante gli innegabili sforzi dell’attuale esecutivo, dobbiamo prendere atto che, ad oggi, quasi nessun cittadino percepisce la digitalizzazione del Paese come una vera priorità, né lo è per i vertici istituzionali, presenti e passati. La consapevolezza rispetto a tale “emergenza” è praticamente nulla. Tutto ciò trova parziale giustificazione negli atavici problemi di stabilità e di rappresentanza politica, che affliggono il nostro Paese e che hanno ritardato l’individuazione e la realizzazione di grandi obiettivi strategici al fine di favorirne l’innovazione ed il progresso.

Scarsa innovazione e progresso lento rendono in noi la netta sensazione di vivere in un Paese vecchio e statico, dove i dinosauri non si sono mai estinti, evocando la spiacevole sensazione che altrove si viva meglio, con maggior dinamicità, flessibilità e trasparenza. Tra le innumerevoli testimonianze su tale argomento, come riferimento, abbiamo scelto un documento: “Strategia per la crescita digitale 2014-2020”, facilmente reperibile su web. In esso si afferma che il PIL italiano soffre più di quello di altri Paesi e la sua ripresa è troppo lenta. Lo sviluppo dell’Italia è di gran lunga inferiore a quello della media europea e, di conseguenza, lo sono anche le nostre prospettive di crescita. Gli anni in cui il PIL nazionale è rimasto fermo, o è addirittura diminuito, sono gli stessi in cui non si è attuato alcun processo di digitalizzazione.

Appare allora evidente che, per migliorare la situazione complessiva, bisognerebbe puntare sul recupero del terreno perduto in tema di trasformazione digitale. La Pubblica Amministrazione potrebbe utilizzare le leve che ha a disposizione, ad esempio le politiche pubbliche, per lo sviluppo digitale di cittadini ed imprese; ciò potrebbe rappresentare il fulcro di una possibile strategia di evoluzione. Le risorse pubbliche potrebbero pertanto servire per promuovere la trasformazione digitale delle imprese italiane, sviluppare le corrette competenze dei cittadini, nonché la cultura del digitale. A tal proposito, se esaminiamo le motivazioni che spiegano il mancato utilizzo di Internet da parte delle famiglie, il principale ostacolo rimane la mancanza di skill (43%), seguito dalla percezione di inutilità (27%), mentre la barriera dell’accessibilità economica riveste un peso relativamente meno importante.

In merito all’ambito digitale, ignoranza e supponenza sono dunque due fattori che, se combinati insieme, costituiscono una miscela letale per il progresso del nostro Paese, contribuendo in maniera consistente al suo cronico stato di arretratezza. Inoltre, il sistema Italia nella gestione della quotidianità, tra leggi e cavilli burocratici, tra mediazioni impossibili ed interessi individuali, rimane ingessato e presenta forti difficoltà nel passare dalla teoria alla pratica. Prendere decisioni non sembra appartenere al nostro retaggio culturale, tra l’altro, fin troppo spesso, le decisioni prese si rivelano errate, perché nel frattempo sono mutate le condizioni generali e di contesto, le priorità e le tecnologie sono progredite ulteriormente.

È quindi una questione squisitamente culturale. Se chi non possiede competenze in ambito digitale ritiene di saper avviare e gestire un processo di digitalizzazione, siamo fuori strada. Se si pensa di lastricare il Paese di tecnologie, da adottare “per decreto”, stiamo sbagliando ancora di più. Se pensiamo che l’evoluzione digitale dell’Italia si possa imporre attraverso nuove leggi, l’effetto finale sarà quello di sollevare ulteriori ostacoli nella vita, già molto complessa, dei cittadini ed il vero obiettivo del processo di digitalizzazione del nostro Paese andrà fallito; la digitalizzazione è difatti un’opportunità che dobbiamo saper cogliere, non certo un problema da regolamentare.

Modificare la cultura del nostro intero Paese è la vera sfida che ci attende nei prossimi decenni. Siamo difatti dell’avviso che i dinosauri abbiano fatto il loro tempo e siamo altresì dell’avviso che, se gli esemplari sopravvissuti all’estinzione, non intendono adeguarsi in alcun modo al naturale processo evolutivo, questi vadano immancabilmente “distrutti”.

2.     L’occupazione digitale (emergenza nell’emergenza)
Analizziamo ora, in maniera più specifica, come si manifesta l’emergenza occupazionale nel settore digitale.
In Italia, in termini generali, esiste un chiaro ed evidente problema di occupazione, ma il cittadino è assolutamente inconsapevole di quanto consistente e grave sia tale problema nell’ambito del settore digitale; il numero di persone impiegate in quest’area, negli ultimi anni, è diminuito considerevolmente, ma soprattutto nel nostro Paese, rispetto a quanto è invece avvenuto negli altri Paesi della UE.

Nel nostro Paese, i giovani occupati nel settore digitale sono ancora pochissimi rispetto alla media UE: il 12% contro il 16% (valore medio europeo). Secondo la Commissione Europea, il divario tra il numero di posti di lavoro offerti ed il numero di persone con le idonee competenze digitali cresce solo del 3% ogni anno. Eppure, a livello europeo, le professioni ICT sono date in crescita del 27%. Oggi, le imprese, e la PA non fa eccezione in questo, sono sempre più alla ricerca di digital capabilities, ovvero di nuove professionalità e competenze in grado di interpretare al meglio le opportunità e quindi in grado di condurre i profondi cambiamenti, ma si trovano in evidente affanno a causa del difficile reperimento di queste sul mercato. Tale fenomeno è noto come skill shortage (letteralmente: “carenza di abilità”).

Nel 2015, in Italia, i posti vacanti nel settore ICT risultano essere circa 30 mila; nel giro di cinque anni, ovvero nel 2020, saliranno a circa 154 mila (fonte: European e-Skills Association).
Sebbene in termini assoluti il numero degli impiegati nel settore ICT italiano non sia cosa di poco conto, è un dato di fatto che molti sono impiegati “male”. Ciò deriva da fattori diversi e concomitanti. Uno tra questi è sicuramente lo skill shortage prima descritto, ma anche dal fatto che sussiste ancora troppa vaghezza in merito alle mansioni e allo skill dei tanti profili professionali esistenti nel settore ICT. Oltre a ciò, onestamente, dobbiamo anche ammettere che nel tempo abbiamo creato una quantità ingente di occupazione non sana, e parliamo di diverse centinaia di migliaia di individui che operano, tanto nel settore pubblico, quanto in quello privato, grazie al malcostume, diffuso e generalizzato, imperante nel nostro Paese. Ci riferiamo all’assistenzialismo occupazionale, al familismo, al clientelismo e alla cultura della raccomandazione. Fenomeni, questi, preminentemente italiani, che non possiamo più giustificare con la semplice motivazione della “necessità di un’occupazione”, perché, appare ormai ovvio, questa risulta una politica decisamente perdente e che sta inesorabilmente conducendo a risultati drammatici, facilmente riscontrabili nei ranking di tutti i maggiori Enti internazionali, dove l’Italia figura sempre, inesorabilmente, nelle ultimissime posizioni.

Sulla base dello scenario appena descritto, appare evidente come il problema sia davvero molto serio. Stiamo ineluttabilmente generando le migliori condizioni perché gli spropositi del passato riemergano all’orizzonte; una situazione, questa, similare a quella vissuta alcuni anni orsono dalla nostra compagnia aerea di bandiera: l’Alitalia. Come chiameremo questo nuovo, increscioso caso? “Alitalia Digitale”? Non siamo affetti dalla sindrome di Cassandra, né intendiamo fare del facile qualunquismo, ma la situazione va affrontata in modo determinato ed in tempi brevissimi.

Ad esempio, in tema di digitalizzazione si continua incessantemente a discutere sull’effetto che tale processo potrà avere in termini di posti di lavoro, ma non si tiene in alcun conto un fattore fondamentale: l’Italia sta inevitabilmente perdendo posizioni nelle classifiche internazionali sulla competitività e sulla qualità di quanto produce, conseguentemente stiamo già perdendo preziose opportunità di lavoro. La diffusione delle nuove tecnologie e l’automazione dei processi produttivi darebbero il loro contributo nell’apportare benefici effetti all’occupazione, purtroppo, il processo di innovazione del nostro Paese, in cui si innesta la digitalizzazione, non è mai iniziato e, nella realtà dei fatti, non sembra neanche essere in cantiere.
Volendo analizzare più in particolare il caso della PA italiana, vogliamo fornire dei dati che illustrino in modo lampante l’attuale situazione: il numero di data center attualmente attivi (parliamo di PA centrali, regionali e locali) è compreso fra 11 mila e 15 mila, sebbene stime non ufficiali arrivino a computarne oltre 20.000. Numeri decisamente folli, non c’è che dire.

Secondo Assinform, la spesa annua attribuibile alla sfera ICT, in ambito PA, ammonterebbe a circa cinque miliardi e mezzo di euro. Il 30% di questa onerosa cifra è dovuta alla gestione dei tanti data center sparsi sul nostro territorio. Nei data center della PA (centrale e locale) sarebbe impiegato un numero di persone che oscilla tra le 20 mila e le 30 mila unità.  Gran parte delle organizzazioni e degli osservatori specializzati concordano sul fatto che il patrimonio attuale di tali data center è ereditato dalle gestioni passate, le policy e le linee guida per l’efficienza energetica sono altresì inadeguate e le risorse umane sono spesso poco formate professionalmente e scarsamente motivate. Un quadro, questo, che non necessita di ulteriori considerazioni, né commenti da parte nostra.

Ma la storia non termina qui, eh già, perché, se la situazione infrastrutturale è decisamente complessa, quella applicativa appare perlomeno tragica, forse addirittura irrisolvibile. Nella PA italiana sono state sviluppate un numero spaventoso di applicazioni non interoperabili che fanno le stesse cose, sulla base delle stesse norme, ma in modo completamente diverso.
Il parco software che può essere ricondotto alla PA italiana è troppo esteso e, soprattutto, ormai fuori controllo. La “galassia software” della PA è composta da centinaia, se non addirittura migliaia, di applicazioni troppo legate a consuetudini interne ai singoli Enti della PA che hanno, come conseguenza diretta, prodotto un tasso ormai intollerabile di realizzazioni “ad hoc” per soddisfare tutte le loro particolari esigenze, troppo specifiche. Le migliaia di righe di codice e punti funzione, all’interno di un software di tipo custom, non le rendono idonee ad essere riutilizzate, neanche da Enti che eseguono compiti similari, o che hanno mandati istituzionali affini.

In modo decisamente irragionevole, nel corso tempo, sono così nati centinaia di modi di protocollare, di gestire il personale, di amministrare il patrimonio. Una miriade di applicazioni personalizzate, ma straordinariamente simili, che danno vita a diverse migliaia di sistemi applicativi, ciascuno da sviluppare e manutenere, in un clima di quasi totale assenza di federazione tra gli stessi e tali da lasciare più che disorientato il cittadino che, volenterosamente, tenta il loro utilizzo.
Come naturale conseguenza di quanto sopra riportato abbiamo che, nel nostro Paese, coesistono migliaia di esperti di sistemi di protocollo, di sistemi di gestione documentale, di sistemi di rendicontazione, di gestione del trattamento giuridico, di controllo di gestione. Ci sono uffici che operano in house su tematiche importanti quali la contabilità finanziaria ed analitica, il trattamento economico, ecc. Per contro, invece, riscontriamo un esiguo numero di professionalità in merito a open data, big data, cloud computing (XaaS), sistemi conoscitivi, internet delle cose, data driven decision, programmatic buying management, e-commerce management, web marketing management, seo/sem management.

Inoltre, in molte realtà della PA italiana, scarseggiano, o non esistono, figure professionali quali il CTO (chief technology officer, manager di primo livello, la cui responsabilità principale è monitorare, valutare, selezionare e suggerire le tecnologie che possono essere applicate ai prodotti, o ai servizi, che un’azienda gestisce o produce). Si riscontra inoltre la necessità di figure professionali sempre più specifiche: data scientist, data manager, sviluppatore app per device mobile, big data architect, digital architect, cloud integrator. Quindi, profili professionali con competenze tecniche, e contemporaneamente di business, in grado di sfruttare grandi quantità di dati presenti all’interno dell’azienda, derivanti ad esempio dai social network, per eseguire analisi mirate dei propri clienti, prevenire frodi, impiantare processi di lavoro innovativi e fare nuove proposizioni, più precise e mirate con conseguenti, maggiori possibilità di successo.

Come dicevamo, la frammentazione dei vari Enti della Pubblica Amministrazione, congiunta al loro individualismo, ha creato in ambito digitale una situazione a dir poco caotica e che non possiede corrispettivi nel resto del mondo. In Italia abbiamo numeri in ordini di grandezza tali da far impallidire anche Paesi con esigenze numeriche di molto superiori alle nostre, come Cina, India e Stati Uniti d’America, ma a tutto ciò rimaniamo vergognosamente indifferenti.

In tal senso il consolidamento dei data center potrebbe rappresentare il primo passo per rendere finalmente omogenei ed integrati i sistemi della PA. Si potrebbe iniziare con un piano attuativo semplice, ovvero condividere quelle componenti che è naturale che vengano condivise (spazi, strutture attrezzate, impianti, infrastrutture di base, farm, sistemi di collaborazione, posta elettronica, unified communication, ecc.). Si passerebbe, in una successiva fase, alla determinazione di un set di servizi in cloud, da realizzare seguendo vari modelli (pubblico, privato, ibrido) ad adesione “obbligatoria” per tutte le PA. Anche questa volta con tempi certi di attuazione. Protocollo, governo del personale, gestione delle identità digitali, amministrazione del patrimonio, programmazione, gestione budget, gestione degli acquisti, sistemi CRM, ecc.: un vastissimo elenco di servizi da porre in cloud. Tra l’altro, ciò creerebbe molteplici opportunità di lavoro, i cui effetti positivi sarebbero più consistenti di quelli derivanti dai semplici risparmi.
Il Piano Regolatore Nazionale di digitalizzazione appare essere l’unica strada percorribile. Potremmo discutere i tempi e le modalità di realizzazione di tale piano, ma, secondo noi, non è lecito discutere la necessità e l’urgenza della sua realizzazione.

Paradossalmente, in Italia, sarebbe preferibile non possedere nulla e poter partire da zero, come già avvenuto in altri Paesi, che hanno saputo “copiare” i sistemi più efficienti sul mercato senza il peso di normative preesistenti. Un po’ come ha fatto l’Estonia, che dal nulla è diventato uno dei Paesi digitalizzati più avanzati al mondo in ambito pubblico. Capovolgere il sistema italiano è un’impresa dura, forse irrealizzabile; esistono troppe normative, troppe applicazioni, troppe infrastrutture, troppi addetti, ma nessuna governance.

E pensare che già nel 2005 erano state individuate, con apposita norma, le applicazioni informatiche ed i servizi per i quali si rendevano necessarie razionalizzazioni ed eliminazioni di duplicazioni e sovrapposizioni, nonché gli interventi di razionalizzazione delle infrastrutture di calcolo, telematiche e di comunicazione delle amministrazioni pubbliche.
Il grafico che segue (in figura 1), purtroppo noto solo a pochi addetti ai lavori, illustra il ranking dello sviluppo digitale Digital Economy and Society Index 2014 (DESI, fonte UE).

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Come si evince dal grafico riportato, siamo nelle ultimissime posizioni, in compagnia di Bulgaria e Romania, nazioni che sono sul fondo della classifica solo perché non hanno alcuna infrastruttura digitale, né applicazioni. A differenza loro, in Italia, lo abbiamo già ripetuto più volte, abbiamo fin troppe applicazioni, probabilmente più di qualsiasi altro Paese del mondo, ma il rischio è che, non appena Bulgaria e Romania avvieranno una produzione digitale adeguata, sul modello di quanto già avvenuto in Estonia, ci lasceranno indietro nel giro di pochi mesi e noi resteremo ultimi, nonché distanti da tutti gli altri. Questo è il nostro inesorabile destino, se non decidiamo di far qualcosa e con urgenza.

3.     Consapevolezza e ruolo dei media: binari paralleli
Abbiamo già detto che il problema principale nell’ambito del settore digitale italiano, o quantomeno il primo che dovrebbe essere affrontato e risolto, è l’inconsapevolezza dei cittadini, ed in particolare della classe dirigente, circa lo stato delle attuali cose. Parlare di soluzioni senza aver raggiunto una sana consapevolezza sarà sempre un esercizio sterile e improduttivo. Questo drammatico contesto deriva anche da un serio problema di tipo culturale che è stato già affrontato in passato in varie occasioni. Il fallimento più grande, probabilmente, è considerare il digitale un “Moloc” a sé stante, ovvero considerarlo un problema esclusivo dei CIO e, ancor di più, considerare le norme digitali come disposizioni dedicate ai soli addetti ai lavori.
Siamo dell’opinione che, in assenza di una prima fase, che potremmo definire di “acquisizione”, ci riferiamo ad una consapevolezza manageriale informatica da parte della classe dirigente del nostro paese, tutte le norme, anche quelle importanti e che impongono comportamenti virtuosi in tal senso, rimarrebbero in larga parte disattese, come lo sono attualmente. Ed è del tutto inutile, anzi deleterio, invocare preliminarmente, come palliativo, la promulgazione di ulteriori, nuove norme in materia.

Quando si afferma che i manager debbono avere consapevolezza delle proprie scelte in campo informatico, si fa un preciso riferimento, primariamente, al Top Management, che nel nostro Paese è rappresentato dalla Presidenza della Repubblica e dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri. A tal proposito, è forse utile ricordare che, negli Stati Uniti d’America, le prime personalità a parlare di digital divide, anche in termini tecnici, furono proprio Bill Clinton e Al Gore, quest’ultimo a capo del Reinventing Governament; il più grande e straordinario progetto di digitalizzazione di una Pubblica Amministrazione. Ed ancora, è utile ricordare anche che il primo documento tecnico ufficiale sugli open data fu firmato proprio da Barak Obama. Diciamo pure che, in quanto ad innovazione in ambito ICT e a Top Management, gli U.S.A. hanno molto da insegnare.

Al fine di colmare il gap culturale in campo digitale del Top Management, in via primaria, ma, successivamente, di tutti i manager pubblici e privati, nonché di tutti i cittadini, sarebbe assolutamente necessario ed auspicabile che anche i media assumessero un ruolo da attori primari in quanto a diffusione culturale. Purtroppo, ad oggi, la digitalizzazione in Italia “non fa notizia”, pertanto non se ne parla. L’argomento sembra semplicemente non esistere. Riteniamo, del resto, che chi, in ambito media, possiede le leve del comando soffra lo stesso problema culturale; talvolta si teme che le nuove tecnologie vadano a ledere, seppur involontariamente, i propri interessi e si preferisce, pertanto, assumere una posizione conservatrice ed attendista, sebbene questa non risulti essere la soluzione premiante.

Nel corso del tempo, il contributo fornito dai media nell’innescare il cambiamento culturale è stato decisamente forte ed incisivo, laddove ritenuto improcrastinabile per il progresso del nostro Paese. Un esempio emblematico dei tanti: l’alfabetizzazione della popolazione italiana a cura della RAI, con programmi di istruzione serale, nei lontani anni ’50. Riteniamo che, ad oggi, sarebbero necessarie iniziative culturali simili, ad ampio raggio, da parte delle maggiori testate giornalistiche e televisive al fine di permettere al maggior numero di individui di raggiungere la più corretta nozione di cosa significhi il termine: “digitalizzazione”.

Purtroppo, ad oggi, ciò che dai media siamo riusciti ad ottenere è solo una evidente difficoltà di carattere comunicativo in merito all’ambito digitale. Il termine “digitale” è difatti fin troppo spesso abusato e quindi già logoro e svalutato prima ancora di essere compreso nel suo significato più profondo. L’aggettivo “digitale” viene infatti conferito ad un innumerevole numero di cose e, così facendo, ciò equivale a relegarlo in un ambito circoscritto, quasi una sorta di segregazione. Aggiungere ad un sostantivo l’aggettivo “digitale” è trendy e forse attrae di più il lettore, ma dovremmo essere parimenti consapevoli del fatto che digitalizzare significa possedere la chiave primaria ed abilitante per evolvere e progredire. Il significato che tale termine sottende dovrebbe quindi entrare a far parte della nostra quotidianità in modo naturale, perché si è pienamente consapevoli dei benefici che la digitalizzazione può apportare nella vita di tutti i giorni e non perché si è soggetti ad un continuo bombardamento subliminale da parte dei mezzi di comunicazione.

Pertanto, smettiamola di etichettare tutto come “digitale” e comprendiamo piuttosto che digitalizzazione è crescita, miglioramento e sviluppo.

4.     Digitalizzazione vs Corruzione: un vero deadlock
Secondo una definizione di carattere generale, in informatica, un deadlock è una situazione in cui due o più processi, o azioni, si bloccano a vicenda in attesa che uno di questi esegua una determinata azione che serve all’altro per poter procedere, e viceversa.

La condizione di immobilismo in cui, da troppi anni ormai, è venuto a trovarsi il processo di digitalizzazione della PA italiana fa tornare alla mente proprio la situazione sopra descritta. Difatti, il malcostume ed il malaffare largamente diffusi (corruzione, inefficienza, familismo, clientelismo, raccomandazione, ecc.) potrebbero essere combattute anche, e soprattutto, grazie all’ausilio di mezzi informatici, purtroppo, però, la stessa digitalizzazione viene ricorrentemente ostacolata proprio da questo stesso malcostume e malaffare. Viene pertanto a crearsi una situazione di stallo (deadlock, per l’appunto).

Questa estrema esemplificazione del rapporto tra corruzione e digitalizzazione, già proposta alcuni anni fa al convegno Forum PA 2013 (http://forges.forumpa.it/assets/Speeches/8206/ca_06_luca_attias.pdf), non essendo supportata da prove scientifiche, ma solo dal buon senso e dalla logica, ricevette, per tale motivo, pur tra i numerosissimi attestati di sostegno, anche alcune critiche. Oggi invece un indicatore attendibile sembrerebbe esistere. Tale indicatore è rappresentato dal “fattore di correlazione lineare” applicato al Digital Economy and Society Index (DESI, fonte: UE) e alla classifica dei Paesi meno corrotti (fonte: Transparency International). Ci preme sottolineare che, in termini statistici, si grida al miracolo quando vengono riscontrati “fattori di correlazione lineare” i cui valori si attestano intorno a valori pari al 70%. Nel nostro caso tale indice di correlazione lineare risulta assumere un valore superiore al 90%; risultato decisamente impressionante (vedi figura).

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Tutto quanto sopra esposto non sembra quindi essere solo il frutto di una mera intuizione, dettata da logica e buon senso, quanto, piuttosto, il risultato di una vera e propria ricerca, attestante che i due ranking siano, indicativamente, lo stesso identico ranking. Pur non potendo parlare di casualità, né di un rigoroso studio scientifico, ciò ci porta ad affermare, senza tema di smentita, che, se l’Italia riuscisse a recuperare posizioni in ambito DESI, sviluppando una corretta politica di digitalizzazione, molto certamente la corruzione subirebbe un significativo ridimensionamento, tanto nella dimensione, quanto nell’incisività.

Volendo sintetizzare, possiamo asserire che in buona sostanza più i Paesi possiedono sistemi digitali efficaci ed efficienti, meno subiscono il peso deleterio della corruzione, e viceversa.
L’Italia purtroppo non brilla per risultati e si posiziona agli ultimi posti di tutte le statistiche dei maggiori Enti, solitamente peggio di noi figurano solo la Grecia, la Bulgaria e la Romania, magra consolazione … Le conseguenze di quest’analisi sono di profondo impatto per l’Italia e per l’immagine che questa fornisce di sé all’estero.

5.     Risorse umane, organizzazione e digitalizzazione
La funzione di gestione delle risorse umane è, e diverrà sempre più, un campo di progettazione, e pertanto di evoluzione e innovazione, tanto per i singoli individui, quanto per le organizzazioni e le Amministrazioni. In tale ambito, un corretto e diffuso impiego dell’informatizzazione può offrire spunti innovativi ad ampio spettro e che permettono, tra gli altri benefici, anche il giusto fitting delle persone nel loro contesto organizzativo, ovvero un preciso e puntuale allineamento tra le prestazioni dell’individuo e le aspettative dell’organizzazione, e viceversa. Non a caso, anche in passato, abbiamo sempre trattato, congiuntamente al tema della digitalizzazione e della corruzione, quello relativo alla managerialità e alla gestione delle risorse umane.

Difatti, a tal riguardo, sappiamo che gli individui solitamente operano in strutture organizzate che fondano la propria capacità produttiva sul comportamento organizzativo, ovvero sull’interazione tra il contesto in cui la persona opera e le caratteristiche proprie dell’individuo. Sappiamo, inoltre, che ogni individuo costruisce la propria competenza dall’insieme di capacità, conoscenze ed esperienze che sono proprie di ognuno e del cammino professionale da questi percorso. Di conseguenza a quanto detto, una struttura organizzativa risulta edificata sull’equilibrio tra persone, assetto organizzativo, tecnologia, socialità, cultura e strumenti organizzativi. Un equilibrio molto delicato e che necessita di continui, attenti riallineamenti.

Inoltre, se operassimo un’analisi della motivazione che spinge gli individui ad agire, avremmo chiare indicazioni del fatto che, all’eventuale presentarsi di un determinato bisogno, la persona reagisce a tale necessità con atti precisi, solitamente mirati ad ottenere il soddisfacimento di tale bisogno. In tale contesto, una puntuale gestione delle risorse umane si inserisce nel complesso concetto di prevenzione della corruzione. Agendo sulle motivazioni iniziali dell’individuo possiamo contribuire a scongiurare comportamenti illegali, nonché nocivi per l’intera Collettività.

Riteniamo che le persone debbano poter partecipare, comprendere, supportare e condividere le logiche di gestione di ciascun processo aziendale, produttivo o cognitivo che sia, nonché le informazioni che lo caratterizzano, magari anche con l’ausilio di tecnologie di digitalizzazione. Ciò apporterebbe enormi benefici essenzialmente legati al recupero di una produttività perduta; il personale sarebbe difatti più motivato nel fare le cose. Tale recupero di produttività potrebbe essere facilmente impiegato per ridurre i costi operativi e di gestione, oppure potrebbe generare un bacino di capacity utile al fine di migliorare l’efficacia degli attuali processi, il tutto a parità di risorse operative.

Anche per quanto attiene alle organizzazioni, la digitalizzazione rappresenta un fattore primario ed abilitante, ma il processo di digitalizzazione ha un impatto forte ed immediato sull’organizzazione del lavoro; pertanto il suo avvio dovrebbe essere pianificato e condiviso nel modo più corretto e gli effetti dell’abbrivio iniziale mitigati. Ciò che intendiamo dire è che, in buona sostanza, bisogna saper riorganizzare le strutture operative delle aziende, e quelle della PA italiana non fanno eccezione. Infatti, digitalizzare le attività aziendali, o i processi produttivi, vuole dire riprogettare e gestire in modo integrato e collaborativo, sia i processi interni, che le relazioni esterne all’organizzazione.

Una parte consistente dell’innovazione deve necessariamente passare attraverso la diffusione di una cultura nuova, al passo con il progresso tecnologico ed il veloce mutamento della società, promuovendo rinnovate modalità di concepire il lavoro, che punti sulla fiducia nelle persone e sulla responsabilizzazione dei risultati, ovvero degli obiettivi prefissi, secondo criteri di equità e di trasparenza delle regole del gioco. Ciò può contribuire a scatenare la libera creatività degli individui che fanno parte delle diverse strutture organizzative; una creatività ad oggi ingessata all’interno di procedure farraginose, a volte incomplete e troppo spesso caotiche.

Le nuove tecnologie, e la digitalizzazione, possono donarci l’opportunità di creare un nuovo modo di lavorare, ma sarebbe del tutto inutile, se gli individui non concepissero un nuovo modo di interagire e collaborare, anche, e forse soprattutto, con soggetti esterni alle organizzazioni stesse. Ancora una volta tutto si origina dal singolo individuo.

6.     Quindi, per farla breve…
In Italia è necessario comprendere che le leve per produrre la scintilla del vero cambiamento risiedono nell’attuazione concreta del processo di digitalizzazione (execution) e non certo nell’eccessiva e verbosa produzione normativa. Non ci stiamo riferendo esclusivamente alla nostra classe dirigente, non vogliamo fare del qualunquismo, ma, piuttosto, ci rivolgiamo a ciascun singolo individuo che compone la nostra Collettività. Secondo noi, ciascuno dovrà necessariamente raggiungere la consapevolezza che, ad oggi, la civiltà di un Paese si misura anche dal grado di digitalizzazione raggiunto.

Più in generale, perché ci possa essere un vero cambiamento culturale e la relativa, agognata rinascita è necessario partire dall’etica e dalla partecipazione alla vita democratica che quotidianamente si svolge in seno alla nostra Società, senza sottovalutare il ruolo che ognuno di noi può svolgere nell’ambito, seppur limitato, del proprio contesto.
Sottolineiamo, a tal proposito, che la nostra Collettività non necessita di supereroi, piuttosto di individui che sappiano “rimboccarsi le maniche”, ed operino piccoli gesti quotidiani, affinché il cambiamento culturale del nostro Paese, seppur lentamente, abbia finalmente luogo. Basterebbe smetterla di “guardarsi l’ombelico” e, probabilmente, ci renderemmo subito conto di come la realtà da cambiare è tutta intorno a noi.
Affinché tutto ciò accada, prima di ogni altra cosa, dovremo essere disposti a guardare in noi stessi in modo schietto e sincero e a comprendere come il contributo di ognuno possa essere significativo, inserendosi perfettamente nell’ingranaggio più grande e generale dell’intera Comunità, per poi essere, anch’esso, nel suo piccolo, fautore del cambiamento.

In fin dei conti, siamo fermamente convinti che tutto si origini in seno al singolo individuo e dal grado di consapevolezza che questi ha raggiunto. Noi fortemente auspichiamo la nascita di una cittadinanza rinnovata, consapevole, responsabile ed attiva … digitale o analogica che sia! ©

 


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