Testata iscritta al tribunale di Roma n. 129/2012 del 3/5/2012. ISSN: 2280-4188

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BREVI NOTE SULLA VIOLENZA DI GENERE ALLA LUCE DEI RECENTI INTERVENTI NORMATIVI: DE IURE CONDITO E DE IURE CONDENDO

di Silvia D'Oro

Apre con questo numero di rivista la nuova sezione tematica “Pari Opportunità” con il fine di favorire la cultura delle pari opportunità e della non discriminazione. Con la legge 4 novembre 2010, n.183 contenente “Misure atte a garantire pari opportunità, benessere di chi lavora e assenza di discriminazioni nelle amministrazioni pubbliche”, i Comitati Pari Opportunità presenti nelle varie Amministrazioni Pubbliche hanno cambiato denominazione, diventando Comitati Unici di Garanzia (CUG).

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In una cultura come la nostra, la violenza di genere, che mitizza la superiorità maschile contrapponendola alla inferiorità femminile, trova terreno fertile perché, evidentemente, la forza di un sesso non può che vivere esclusivamente a patto che venga riconosciuta e interiorizzata la debolezza dell’altro. Per contrastarla è necessaria un’efficace tutela repressiva, anche per scopi deterrenti, ma non basta, perché essa interviene solo a posteriori, dopo che la violenza si è consumata. Fondamentale è la diffusione capillare senza selezione alcuna di destinatari, di una cultura di genere, attraverso politiche quotidiane e continue – e non solo in occasione e a ridosso del 25 novembre, Giornata internazionale sulla violenza sulle donne – di formazione e informazione, rivolte soprattutto alle giovani generazioni, quindi alle scuole e alle famiglie, primi nuclei di società naturale.

In questi ultimi anni i processi per violenza di genere sono esplosi nelle aule dei tribunali e anche i giornali e i telegiornali nelle notizie di cronaca quotidiana non sembrano saper parlare d’altro, con un’attenzione quasi morbosa delle volte.

Del resto, a livello legislativo, solo nel 2009 è stato introdotto il reato di atti persecutori c.d. stalking con l’inserimento dell’art. 612 bis nel c.p. e fino a pochi anni fa il nostro ordinamento legittimava istituti che favorivano la violenza all’interno delle mura domestiche. Basta pensare allo ius corrigendi attribuito, da un articolo del c.p., al marito nei confronti della moglie e dei figli, che comprendeva anche la coazione fisica, e negato solo nel 1956 da una pronuncia della Suprema Corte; al reato di adulterio che il c.p. prevedeva solo per la donna, dichiarato costituzionalmente illegittimo dalla Corte costituzionale solo nel 1969; alla riforma del diritto di famiglia, che risale al vicino 1975, che ha abbandonato la concezione di famiglia patriarcale e riconosciuto la parità tra moglie e marito, fino ad arrivare all’ultima riforma di due anni fa che al concetto di potestà ha sostituito quello sicuramente più giusto e moderno di responsabilità; al matrimonio riparatore, eliminato solo nel 1981; al reato di violenza sessuale, che solo nel 1996 è stato riconosciuto come delitto contro la persona e non invece contro la moralità pubblica e il buon costume.

Oggi abbiamo tre fonti normative, tre interventi legislativi (tra l’altro tutti effettuati con lo strumento della decretazione d’urgenza) che si sono susseguiti in soli 4 anni.
Il primo del 2009, che ha introdotto il reato di stalking colmando in tal modo una lacuna legislativa che non si  riusciva a coprire ricorrendo ad altre fattispecie incriminatrici come i maltrattamenti in famiglia, minacce, lesioni, molestie, ingiuria e diffamazione.
I due interventi del 2013 hanno rafforzato le tutele per la persona offesa aumentando la pena del reato, modificandone le aggravanti e introducendo anche misure preventive come il Piano d’azione straordinario.

Anche la giurisprudenza ha applicato la nuova normativa interpretando estensivamente taluni elementi costitutivi della fattispecie in modo da far ricadere sotto la sua copertura il maggior numero possibile di casi concreti. Anche la Consulta con una sentenza del giugno scorso ne ha salvato l’esistenza respingendo la questione di legittimità costituzionale che era stata sollevata con riferimento al principio di determinatezza della fattispecie penale.

In ultimo, de iure condendo, in attuazione dell’art. 1, commi 8 e 9 della legge 10 dicembre 2014, n. 183 (Job Act), il Governo, il 20 febbraio scorso, ha approvato uno Schema di decreto legislativo (Atto Governo n. 157) recante “Misure di conciliazione delle esigenze di cura, di vita e di lavoro”, che è stato trasmesso alle Presidenze del Senato e della Camera il 31 marzo scorso e assegnato pochi giorni fa, per il parere, alle competenti Commissioni parlamentari. Il provvedimento, all’art. 23, introduce una forma di congedo, interamente retribuito, per le donne, dipendenti di datore di lavoro pubblico o privato, vittime di violenza di genere, alle quali riconosce il diritto di astenersi dal lavoro se inserite in un percorso di protezione debitamente certificato dai servizi sociali del Comune di residenza o dai Centri antiviolenza o dalle Case rifugio (di cui all’articolo 5-bis decreto legge 14 agosto 2013, n. 93, convertito, con modificazioni, dalla legge 15 ottobre 2013, n. 119), per un periodo massimo di tre mesi, da fruire,  su base oraria o giornaliera, nell’arco temporale di tre anni. Inoltre riconosce alle stesse il diritto alla trasformazione, su richiesta, del loro rapporto di lavoro a tempo pieno in lavoro a tempo parziale, verticale od orizzontale, e viceversa.

Tuttavia non bisogna adagiarsi sugli allori.
Si respira ultimamente il rischio di una pericolosa inversione di rotta. Già la legge 193 del 2013, di conversione del d.l. 93/2013, ne limitò la portata innovativa riducendo le ipotesi di irrevocabilità della querela, che era stata introdotta in sede di decretazione d’urgenza, ai soli casi di reato aggravato.

Inoltre, il recente d.l. 92/2014 c.d. “svuota carceri”, proprio qualche mese fa, ha introdotto il divieto di disporre la custodia cautelare in carcere nel caso in cui la pena detentiva irrogata non superi i tre anni, anche se la legge di conversione (l. n. 117 del 2014) ne ha circoscritto la portata applicativa escludendo il reato di stalking.

E ancora, l’intesa tra Governo e Regioni, sancita nel novembre 2014, definisce i criteri e le modalità di accoglienza delle donne che hanno subìto violenza, i requisiti minimi strutturali e organizzativi dei Centri antiviolenza e delle Case Rifugio, l’offerta minima di servizi ed i percorsi di accompagnamento a favore delle donne, le caratteristiche del personale che opera a contatto con le stesse. Tutto questo, se da una parte garantisce condizioni omogenee sul territorio nazionale, dall’altra rischia di comportare un abbassamento di tutela per le vittime di violenza, comportando la chiusura dei Centri privi dei requisiti minimi richiesti.
Infine, in un periodo di crisi economica e in piena spending review, la legge di Stabilità per il 2015 ha incrementato il ‘Fondo nazionale per le politiche relative ai diritti e alle pari opportunità al fine dell’assistenza e del sostegno alle donne vittime di violenza’ (di cui all’articolo 19, comma 3, del decreto-legge 4 luglio 2006, n. 223, convertito, con modificazioni, dalla legge 4 agosto 2006, n. 248) per le annualità dal 2015 al 2017, in linea con quanto stabilito dall’articolo 5 bis del decreto-legge n. 93 del 2013 (che aveva previsto un incremento pari 10 milioni di euro annui a decorrere dall’anno 2015), suscitando polemiche circa la quantità, ritenuta insufficiente, di risorse stanziate per il contrasto alla violenza di genere.

In conclusione, alla luce dei summenzionati interventi normativi, de iure condito e de iure condendo, e giurisprudenziali in tema di violenza di genere, il mio invito è continuare ad essere vigili, attenti, non dando per scontati i risultati raggiunti, ma al contrario continuando a difenderli, giorno dopo giorno, per scongiurare il rischio di trovarci davanti ad inaspettati e deludenti passi indietro da parte delle istituzioni, e investendo soprattutto nelle politiche di prevenzione, le uniche vincenti in un’ottica di lungo periodo.
Qui sono in gioco i nostri diritti inviolabili, consacrati nell’art. 2 della nostra Costituzione, il riconoscimento della parità, sancito nell’art. 3,  il diritto alla libertà e alla dignità personale, tutelato all’art. 42. ©

 

 


 

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